eccolo che arriva e inevitabilmente il pensiero corre indietro alla diretta dei sorteggi dei gironi di qualificazione, alla speranza e la curiosità che spalavano via faticosamente l’amarezza dell’europeo, fino alla notte del 31 dicembre 2005 con quell’sms “sarà il nostro 1982” che prendeva il volo dai miei polpastrelli per andarsi a incastrare in angolino del cervello di qualcuno per rispuntare inatteso l’altra sera, al colmo del godimento, quando sembrava che non c’era verso di godere più di così e invece a ogni passo, ogni fotogramma, si spalancavano degli orizzonti di felicità che andavano indietro a fomentarsi e nutrirsi di tutto il rancore, tutto il dolore, tutta la sofferenza degli anni passati e i palloni sparacchiati, i passaggi sbagliati, le traverse centrate, i cartellini sventolati, i tempi degli interventi sbagliati, i polmoni sboffati, gli urli strozzati, i calci d’angolo sfanculati, i palloni rincorsi non riacciuffati, i contropiedi stroncati, i fuorigioco sbandierati, i rigori skippati, i vantaggi pareggiati e i gol dorati oppure annullati, i cronometri stoppati al culmine dello sconforto, le bestemmie che col tempo e la ripetitività perdevano d’impatto e l’ennesimo piattino di merda fumante che ti veniva irrimediabilmente servito a saziare la fame di vittoria.
e poi è arrivata la domenica più spossante di tutte le giornate calcistiche chi mi ricordi, tutto il giorno da solo immobile in silenzio a lasciar salire il panico senza riuscire a fare nient’altro che non fosse lasciarsi prendere dal panico, qualche scorrazzata rapida in giro per la città muta logorata dall’attesa peggio d’un assedio medievale, mi si ricompone finalmente sul divano di casa la mia piccola curva personale folta di quelle personalità onnipresenti onnibestemmianti che mi rendono la vita degna di essere vissuta, le prime birre che sgorgano e rimangono piazzate in mezzo all’esofago, poi l’intervento scomposto e conseguente cucchiaiata mortale alla bocca dello stomaco, fine della storia, fine del calcio, fine del mondo, lo sapevo dio cane, adesso ottantacinque minuti a frangere flutti contro quella linea maginot afrocaraibica che distruggerà la mia voglia di vivere a forza di tackle scivolati e intercettazioni aeree dei nostri patetici lanci dalla difesa, passerà il tempo, un migliaio di secondi lentissimi a scalpellarmi un pezzo alla volta l’illusione del pareggio, fino ai minuti di recupero, quando ci palleggeremo a metà campo le ultime risorse sbagliando ogni volta un passaggio elementare e guarderò il pallone rotolare oltre la linea laterale al novantatreesimo e cinquanta e aspetterò i tre fischi come una ghigliottinata sulla palle, lo so perché è la storia della mia vita. invece la buttiamo, e la butta quell’uomo che spero un giorno vorrà perdonarmi di tutte le brutte cose che ho detto e scritto in pubblico e in privato di lui e della sua famiglia, un uomo che credevo malvagio e che invece oggi può dirsi pienamente riabilitato dopo la mia piccola amnistia personale che poi è anche l’unica amnistia di cui mi piacerebbe sentir parlare.
dopo è stata solo una lotta con me stesso per riuscire a dimensionare la cosa, a dargli la giusta collocazione storica a questa roba che l’avevamo attesa tanto e quando è arrivata non sapevamo come reagirgli, per me è stato più che altro delirare cercando di fissare qualcosa, un’immagine, un urlo, un volto di qualcuno, un aggettivo, iniziare a buttare giù la sceneggiatura della storia da raccontargli ai nipoti quando divento vecchio e guardo materazzi in televisione vecchio e stanco e coi tatuaggi che gli colano giù dagli avambracci inflacciditi dagli anni.
adesso sono qui che mi sforzo di ricordarmi qualcosa di quei momenti quando non capivo più un cazzo di niente, di quando ho perduto la voce nella lunga marcia verso il centro stipato dentro delle vie pur capienti ma non abbastanza, camminando piano contromano fino a eiaculare dentro piazza castello dove mi è venuto incontro dj enzo con le sue braghette corte e quel sorriso etilico che sa restituirti certe espressioni facciali della prima elementare, e dopo ancora lungo il fiume e dentro un posto dove la cassa batteva, i beveraggi trasudavano, le mani si alzavano e i pezzi sul piatto si alternavano ma tanto erano destinati sempre e comunque a diventare ogni volta seven nation army. è stato quando siamo arrivati a casa allo stremo delle forze e delle risorse cerebrali e ci siamo messi con gigione sul divano a ciucciare delle gran bottigliate d’acqua fresca che ho incominciato a sentire le prime rasoiate di questo male di vivere che al mattino mi sembrava passato e invece ha ripreso a mordicchiarmi in ufficio mentre cercavo di non lasciar cadere la testa sulla tastiera del computer e adesso si è manifestato in tutta la sua imponenza, sarà per tutta la dopamina e tutte le endorfine dal mio corpo secrete che adesso sto vivendo questo scompenso chimico che mi impedisce di guardare al futuro, di trovare una ragione valida per spingere avanti la carriola, tipo dopo la laurea quando non sai che cazzo fare, stessa sensazione ricompattata e risuppostata per l’occasione. il futbol come tutti gli altri dispositivi di intrattenimento è un simulatore di esperienza capace di produrti un sentimento senza che ti disturbi a vivere un’esperienza reale. quando il sentimento raggiunge certe insalubri proporzioni lascia i segni e io si da il caso che al momento dentro al cervello porto i segni dello sconforto, il rimpianto perché a un certo punto sono andato a dormire invece di provare a prolungare, dilatare ancora tutto il dilatabile di un momento che lo aspetti quasi trent’anni ma va via lo stesso in un paio d’ore e dopo sa il cazzo quando ritorna e per un certo numero di giorni tocca provare a buttargli dentro qualcosa a questo buco che ti lasciano dentro le grandi gioie della vita quando finiscono dentro all’archivio. però intanto io lo so che il bajon prima o poi passa, e invece chissà che qualche scampolo di questa serata inenarrabile non mi resti incastonato nel cervello nonostante l’oceano di birre medie che nel corso dei prossimi anni proverà a portarsi via qualche milionata delle mie cellule cerebrali.
atroC.T.X.Z.B.tion
